
Dovendo illustrare, in termini semplici e sintetici, come, a livello di configurazioni meteo, sono cambiati gli inverni mediterranei negli ultimi anni o decenni, si può ricorrere a quanto ci indicano gli scienziati, a quanto fornisce l’informazione climatologica e a quanto l’attenta osservazione ha consentito di appurare nel tempo. Personalmente, ad es., anche con la memoria storica che parte dagli inverni degli ultimi anni ’60, ho potuto verificare che: 1) sono diventate meno frequenti espansioni meridiane dell’anticiclone atlantico in direzione di islanda e di scandinavia; 2) dello stesso sono diventate invece più frequenti espansioni meno meridiane e più invadenti per il mediterraneo; 3) si sono ridotte le espansioni verso occidente dell’anticiclone termico russo-siberiano e le formazioni del tipico ponte di weikoff; 4) è aumentata la presenza di configurazioni anticicloniche dinamiche da sub-tropicale tra mediterraneo ed europa orientale; 5) è aumentata la frequenza delle fasi da anticiclone invernale prodotte da rimonte del sub-tropicale ramo afro-mediterraneo; 6) è aumentata la frequenza delle fasi prettamente zonali, talora o spesso a forte gradiente termico e con intensi flussi occidentali sulla medio-alta europa.

Appurato che tutto questo deriva dal riscaldamento climatico antropico, perché una tale intensità e una tale rapidità del cambiamento non possono essere spiegati diversamente e perché gli scienziati il riscaldamento di origine antropica lo hanno dimostrato, trattare detti disegni pattern in termini di meccanismi causali definiti non è certo semplice. Molti studi, al riguardo, sono ancora in corso, e i nodi da sciogliere, in termini anche di apparenti contraddizioni, non mancano. Rimane da spiegare, ad es., l’apparente contraddizione tra amplificazione artica ed aumento tendenziale dell’indice NAO, e rimane da spiegare altro ancora. Perché è evidente che il tutto non può certo essere spiegato limitandoci a considerare solo il riscaldamento, per quanto il medesimo rappresenti la causa origine primaria. Sussistono infatti ragioni complesse di dinamica stratosferica e troposferica, ragioni geografiche/orografiche, e molto di altro. Certo è che alcuni dei cambiamenti, in termini di nesso causale, possono essere capiti anche solo in forma intuitiva. Si può facilmente comprendere, ad es, come un riscaldamento del pianeta possa portare ad una risalita in latitudine del fronte polare e del sub-tropicale con la conseguenza di maggiori presenze continentali e mediterranee dello stesso sub-tropicale e con la conseguenza di minori possibilità di consolidamento ed espansioni del russo-siberiano; e si può comprendere come detta risalita possa rendere più invadente anche l’anticiclone atlantico. Meno facili da comprendere, alla luce del fenomeno dell’amplificazione artica (un riscaldamento superiore delle latitudini artiche rispetto a quelle tropicali con la conseguenza di un minore relativo gradiente termico), possono essere i maggiori valori NAO e la maggiore frequenza di fasi con intensi flussi zonali e con minori spinte meridiane dell’anticiclone delle azzorre, ma va detto che qui la situazione si fa davvero difficile perché vi entrano in gioco dinamiche stratosferiche e troposferiche davvero complesse. In relazione a questo aspetto gli scienziati ammettono una maggiore frequenza di fasi zonali, ad alto indice NAO e con VP ben compatto, durature, ma in un quadro complicato ed in cui risultano possibili repentine destabilizzazioni in grado, con brevi fasi ad onde di rossby molto ampie, di produrre fenomeni estremi, sia nel senso del freddo che del caldo. In linea generale rimane il fatto sostanziale che il freddo, per le ragioni sopra viste, è costretto a rimanere confinato a nord molto più di una volta; scende, dunque, più raramente e, nel caso in cui sussistano destabilizzazioni del VP, scende preferenzialmente non verso mediterraneo…
Autore Pierangelo Perelli

